04 Maggio 2026

Claude Monet a Giverny e i suoi fiori preferiti 

In occasione del centenario della morte, un viaggio tra i colori e i profumi del giardino più amato da Claude Monet, maestro dell’Impressionismo a cui Scala è lieta di dedicare un breve excursus botanico e visivo. 

In occasione del centenario della morte, un viaggio tra i colori e i profumi del giardino più amato da Claude Monet, maestro dell’Impressionismo a cui Scala è lieta di dedicare un breve excursus botanico e visivo. 

Claude Monet e Giverny 

Claude Oscar Monet nacque il 14 novembre 1840 a Parigi. Trascorse la propria infanzia a Le Havre, dove conobbe il pittore Eugène Boudin, che lo introdusse alla pittura di paesaggio en plein air, per poi trasferirsi a Parigi fino al 1874, quando insieme a ManetDegasRenoir e altri parteciperà alla prima mostra degli “Impressionisti“.  

Nel 1883 Monet (all’età di 43 anni) fece la scoperta Giverny – si dice dal finestrino di un treno – e se ne innamorò. Prense in affitto la “Maison du Pressoir”, una grande casa intonacata di rosa con le persiane verdi. Nel 1890 Monet acquistò definitivamente la casa e iniziò la grande trasformazione: il Clos Normand con i suoi vialetti fioriti, e poi – nel 1893 – l’acquisto del terreno adiacente per creare il giardino d’acqua con il laghetto delle ninfee e il Ponte Giapponese. La casa doveva fondersi con il giardino. Installò una veranda, una pergola coperta di rosai rampicanti e fece crescere la vite vergine sulla facciata. La costruzione adiacente all’edificio principale adiacente divenne il suo primo atelier.  

Monet morì il 5 dicembre 1926, dopo aver trascorso a Giverny esattamente 43 anni di vita e carriera, lasciando un’eredità che continua a trasformare il modo in cui guardiamo la natura e la luce. 

I cinque fiori di Monet: dal giardino alla tela 

Il giardino di Giverny non fu semplicemente un luogo di riposo per Monet: era il suo atelier a cielo aperto, un’opera d’arte vivente che progettava con la stessa cura con cui componeva una tela. Ecco i cinque fiori che più di ogni altro hanno segnato la sua arte e il suo paesaggio. 

1. Ninfee (Nymphaea) 

Le ninfee sono, senza dubbio, il simbolo assoluto di Monet. Monet le ha dipinte in modo ossessivo: trecento quadri, quaranta di grande formato. Creò il laghetto deviando un piccolo corso d’acqua, il Ru, lo ricoprì di ninfee e vi fece costruire sopra il celebre ponte giapponese.  

Nel 1920 Monet offrì allo Stato francese dodici grandi tele di Ninfee, lunga ciascuna circa quattro metri, sistemate nel 1927 in due sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries. Un dono straordinario, quasi un testamento pittorico. 

La ninfea (Nymphaea) è un fiore acquatico dalle origini antichissime: il genere comprende circa cinquanta specie distribuite in tutti i continenti, dalle acque tropicali dell’Asia e dell’Africa fino ai laghi temperati dell’Europa e del Nord America. Il suo nome deriva dalle ninfe delle acque della mitologia greca, a testimonianza del fascino che questo fiore esercitava già nell’antichità. 

Durante il Rinascimento e il Barocco l’interesse scientifico per la flora spinse artisti come Albrecht Dürer e, più tardi, i maestri dell’illustrazione naturalistica olandese e fiamminga a rappresentare la ninfea con precisione quasi ossessiva. Nel Settecento, con l’arrivo in Europa delle varietà esotiche provenienti dalle colonie, l’interesse si fece ancora più vivo, alimentato dalla moda del giardino romantico e pittoresco. Fu però l’Impressionismo a consacrare la ninfea come icona assoluta dell’arte occidentale. 

2. Rose (Rosa) 

Le rose erano la passione più romantica di Monet giardiniere. A Giverny le faceva crescere lungo pergolati e archi che incorniciavano i vialetti del Clos Normand, il giardino davanti alla casa. Rampicanti, a grappoli, nei toni del rosa, del bianco e del cremisi, creavano vere e proprie cascate di colore. 

Nelle sue tele le rose compaiono come sfondo vibrante, architettura floreale che inquadra figure e paesaggi. Monet curava personalmente le varietà, corrispondeva con i migliori vivaisti d’Europa e non era raro trovarlo inginocchiato tra le aiuole all’alba, prima di prendere il pennello. 

La rosa appartiene al genere Rosa, della famiglia delle Rosaceae, e comprende oltre trecento specie selvatiche e migliaia di varietà ibridate nel corso dei secoli.  

La storia della rosa nella pittura francese è inseparabile dall’ascesa della natura morta come genere autonomo, che in Francia trovò terreno fertile a partire dal Seicento. Il pittore che portò questo linguaggio alla massima eleganza fu Pierre-Joseph Redouté, detto il Raffaello dei fiori, attivo tra Settecento e Ottocento. Le sue tavole botaniche per il volume Les Roses (1817–1824), commissionate dall’imperatrice Giuseppina Bonaparte — appassionata coltivatrice di rose a Malmaison — rimangono tra le più celebri illustrazioni botaniche della storia occidentale: scientificamente precise e insieme di una grazia pittorica incomparabile. 

3.  Iris (Iris germanica) 

Gli iris erano tra i fiori preferiti di Monet per la loro esplosione cromatica primaverile. A Giverny li piantava a file lungo i sentieri del Clos Normand e intorno al laghetto: viola, giallo, bianco, blu. Una tavolozza naturale che fioriva ogni maggio in armonia con le sue tele. 

Nelle opere di Monet gli iris appaiono spesso come macchie di colore puro, quasi astratte, che anticipano le soluzioni pittoriche delle ultime Ninfee. Il loro stelo slanciato e il fiore dai petali ondulati si prestavano perfettamente alla sua tecnica di tocchi brevi e ravvicinati. 

Il genere Iris appartiene alla famiglia delle Iridaceae. Il nome deriva dalla parola greca per “arcobaleno”, omaggio alla straordinaria varietà cromatica dei suoi fiori, che spaziano dal bianco al giallo, dall’arancio al viola intenso, fino ai toni quasi neri delle varietà più scure.  

Nella mitologia greca Iris era la dea dell’arcobaleno e messaggera degli dei, figura di passaggio tra il mondo celeste e quello umano. Questo ruolo di mediazione si trasferì nel tempo al fiore stesso, che nelle culture medievali europee divenne emblema della Vergine Maria e delle virtù regali. Ma è nella pittura moderna che l’iris raggiunge la sua massima visibilità: Vincent van Gogh ne fece uno dei soggetti più celebri della sua produzione. Nel Giappone che tanto influenzò i pittori europei della fine dell’Ottocento, l’iris — chiamato kakitsubata o ayame — era già da secoli soggetto privilegiato della pittura su paravento e della stampa su legno, come testimoniano le splendide tavole di Ogata Kōrin dedicate agli iris di Yatsuhashi. 

4. Papaveri (Papaver rhoeas) 

Già nel 1874, alla prima mostra degli impressionisti, Monet presenta Campo di papaveri, uno dei suoi dipinti più celebri e amati. Camille e il figlio Jean passeggiano in un campo di papaveri rossi sotto un cielo normando: è una delle immagini più iconiche dell’Impressionismo. 

I papaveri a Giverny crescevano spontanei nei campi circostanti e Monet li incoraggiava anche nel suo giardino. Il loro rosso acceso, vibrante sotto la luce estiva, era per lui il colore del calore e dell’istante: impossibile da trattenere, impossibile da non dipingere. 

La specie più comune nei campi europei è il Papaver rhoeas, il papavero rosso dei seminativi, compagno secolare delle colture di grano. Ben diverso è il Papaver somniferum, il papavero da oppio, originario del Mediterraneo orientale e coltivato da almeno seimila anni. 

La grande stagione dell’illustrazione botanica sette-ottocentesca produsse rappresentazioni di Papaver somniferum e Papaver orientale di raffinatezza straordinaria, e parallelamente la cultura romantica si impadronì del papavero come simbolo del sogno, dell’ebbrezza e della malinconia. I pittori preraffaelliti inglesi — Dante Gabriel RossettiJohn William Waterhouse — ne fecero un attributo ricorrente delle loro figure femminili languide e sonnamboliche, sospese tra desiderio e torpore. In Francia fu ancora l’Impressionismo a offrire le immagini più durature.  

5. Glicini (Wisteria sinensis) 

I glicini erano l’ultimo capitolo floreale di Giverny. Monet li coltivava sulle spalliere del Ponte Giapponese, fino a formare una volta profumata di viola e bianco che si specchiava nell’acqua sottostante. 

Negli ultimi anni di vita, quando la cataratta aveva ormai compromesso la sua vista, Monet dipinse i glicini con pennellate sempre più libere e audaci: lunghi filamenti di colore che si sciolgono sulla tela come in sogno. Queste ultime opere anticipano quasi il dripping di Pollock: un’astrazione nata non da una teoria, ma da un giardino vissuto con tutti i sensi. 

Le specie più diffuse e coltivate in Europa sono la Wisteria sinensis, originaria della Cina centrale, e la Wisteria floribunda, proveniente dal Giappone: entrambe furono introdotte in Occidente nel corso dell’Ottocento, la prima intorno al 1816, la seconda qualche decennio dopo, e conquistarono rapidamente i giardini europei con una velocità che rispecchiava quella della pianta stessa, capace di crescere di diversi metri all’anno. 

Il glicine è di conseguenza un soggetto artistico relativamente recente in Occidente, la cui storia pittorica si intreccia indissolubilmente con la scoperta dell’arte giapponese. In Giappone il fuji — nome giapponese del glicine — era già da secoli uno dei soggetti prediletti della pittura e della stampa su legno. Le stampe ukiyo-e di Hiroshige Hokusai includono il glicine tra i fiori stagionali della primavera, spesso raffigurato su pergolati — i fuji-dana — sotto cui si raccoglievano i visitatori dei grandi parchi fioriti di Edo. 

Giverny Oggi 

A Giverny oggi tutto vive nel ricordo di Monet: la sua casa, diventata museo e sede della Fondazione Monet, con le piastrelle blu della cucina e la sala da pranzo giallo sole, e la sua collezione di stampe giapponesi. Il giardino è aperto al pubblico da aprile a ottobre e continua a essere curato seguendo i criteri originali di Monet: stessi fiori, stesse varietà, stessa armonia cromatica tra la tela e la terra. 

Ecco in questo servizio fotografico del Centre des monuments nationaux, si cui Scala è agente a livello mondiale, alcuni scorci del giardino e della casa di Claude Monet.

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In copertina: Claude Monet in piedi, di fronte, davanti al ponte a Giverny. Intorno al 1920. Autochrome – RM02853

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